La bio più bella mai scritta
Sarò onesto, faccio un po’ a cazzotti con questa cosa di raccontare la mia storia. Non che non la sappia eh… sono abbastanza preparato. È che di solito quando leggi la bio di qualcuno è sempre scritta in terza persona, come se gliel’avesse scritta il biografo. La realtà è che (l’ufficio stampa o chi per loro) ti chiedono di scrivertela da solo, ma in terza persona, così sembra che tu sia così importante da avere un biografo. È questo che storicamente mi manda in sbatta con l’idea di scriverla.
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Mudimbi scopre il rap nel 2000, attraverso il video di The Real Slim Shady di Eminem.
Trascorre l’adolescenza in quello che lui stesso definisce ‘un periodo di amore ed odio nei confronti del rap’ convinto di non essere mai abbastanza bravo.
Si forma, oltre che nelle classiche jam hip-hop e battle di freestyle, anche in contesti di musica alternativa come dancehall, drum’n’bass, dubstep, tekno e molti altri. Affinando la sua scrittura su ognuno di essi.
Nel 2017, dopo il successo della canzone Supercalifrigida, pubblica il suo primo album da indipendente, dal titolo Michel.
In seguito firma con la major Warner Music Italia e partecipa a Sanremo Giovani classificandosi terzo assoluto, dopodiché decide di prendere un periodo di pausa e sparire dalle scene.
Questo fino al suo ritorno, nel 2020, con l’album Miguel, prodotto partendo interamente dai i suoni della sua voce.
Torna a calcare i palchi di tutta Italia e a scrivere nuova musica, decidendo per svariato tempo di pubblicare una nuova canzone al mese.
Questo gli permette di allacciare uno stretto rapporto con la sua community e di dar sfogo alla sua creatività.
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E questa era la bio scritta dal mio biografo.
Mi chiamo Michel Mudimbi (sì, Mudimbi è il mio cognome) e nasco in un piccolo villaggio di pescatori, che sorge sulle rive del Mare Adriatico, chiamato San Benedetto del Tronto.
'1986'
Salterei a pié pari tutta la fase dell’infanzia perché non succede niente di utile ai fini del racconto. Qualche dramma qua e là, ma di base tutto abbastanza lineare, finché non arriva lei: l'adolescenza.
Siamo esattamente nel 2000 e da un po’ di tempo ho iniziato a chiedermi ‘Ma io chi sono? Qual è il mio posto qui?’. Non male come livello di introspezione per un quattordicenne, aspirante paranoico.
Quello che in realtà voglio capire è come posso trovare il mio posto nel mondo micro-mondo che è la mia vita sociale da quattordicenne e allo stesso tempo distinguermi dagli altri.
La musica viene in mio soccorso per rispondere a questa domanda, nello specifico il rap.
Prima e dopo di esso provo e proverò anche altre delle cose che gli gravitavano attorno: djing, writing, skating… ma, il rap… il rap… IL RAP È GRATIS! E a 14 anni posso permettermi solo quello!
'Questa la mia faccia alla veneranda età di 14. Notare il cappello a pois biondi. Crazy.'
Gli anni iniziano a scorrere e mi ritrovo sempre più coinvolto da questa cosa che non capisco davvero. A pensarci bene, la cosa che non capisco è tutto l’impegno che ci sto mettendo, e la frustrazione che spesso ricevo in cambio, in qualcosa che nessuno mi sta costringendo a fare e che penso non mi porterà da nessuna parte (breve cenno storico: nel 2000 in Italia con il rap non ci campi, al massimo ci sopravvivi se sei proprio bravo o disperato o entrambe).
Il tira e molla tra me e la musica si svolge così: per 2 anni do tutto, poi 1 anno mollo tutto per la frustrazione, poi torno a dare tutto per 2 anni, e di nuovo come sopra. Nel mentre scrivo, canto e registro. Partecipo a diverse battle di freestyle, quasi tutte perse al primo round eheh Ma in tutto questo però, senza rendermene nemmeno troppo conto, sto imparando cose, perfezionando, scoprendone di nuove, e qualcuno iniziava anche ad accorgersene.
'Uno dei tanti periodi in cui mollavo e riprendevo il rap.'
La prima grossa sterzata che faccio dall’hip-hop è verso la musica dancehall. Hai presente la dancehall? Sean Paul? Dimenticalo. Inizio a frequentare queste feste dove tutti ballano avvinghiati, c’era sempre gente che canta, tutti felici, tutti pieni di energia, tutti a fumare canne… me ne innamoro.
È qui che per la prima volta mi rendo conto di quanto il mio cervello assorba tutto ciò che ascolta. Spesso nel tragitto che faccio a piedi da una festa in spiaggia a casa mia, la mattina da solo, passo il tempo cantando decine di canzoni inventate sul momento che altro non sono se non la rielaborazione di quello che ho appena ascoltato in serata.
‘Devo provare a scrivere sulla dancehall!’.
Questo è quello che penserei se fossi uno sveglio, ma non lo sono e quindi non lo faccio.
In compenso un sound system delle miei parti (tradotto: dei ragazzi che mettono musica nelle dancehall) chiamato Rude Massive mi dice ‘ Oh Mudì! Registraci un dubplate! (tradotto: registraci una canzone dove dici che noi siamo i mejo e gli altri fanno cagare. I dubplate di solito funzionano così e i sound System fanno a gara a chi ha quello più bello ed esclusivo). Detto fatto.

'Un paio delle feste, in spiaggia e non, in cui prendo il microfono e faccio il mio.'
Da questo momento inizia uno dei periodi più belli e divertenti della mia vita, in cui il mio cervello associa imprescindibilmente che posso scrivere cose divertenti da sentire, ma che abbiano anche un senso, e cantarle su una base che spinga mentre le persone sono prese bene a ballare e si divertono. È un win win win win.
Così come ho studiato (in maniera molto artigianale) i rapper che ho ascoltato fino a questo momento, inizio a studiare i cantanti jamaicani della dancehall e l’uso che fanno delle sillabe, cercando di emulare quegli incastri. Ed è proprio per questo motivo che viene alla luce una mia canzone in particolare, che chiamo Supercalifrigida (inizialmente pensata e scritta proprio come dubplate), e che fa impazzire le persone nelle dancehall; ma su questo punto ci torneremo più avanti.
'Supercalifrigida'
Ormai è da un po’ che sto in groppa alla dancehall… bella eh… ma che altro c’è sul menù?
Per una serie di fortuiti motivi, di amicizie congiunte e conoscenze vaghe, ad una certa mi ritrovo a fare la conoscenza di Ganji-Killah. Ad oggi, e senza dubbio alcuno, uno dei miei padri putativi per quanto riguarda il rap e non solo.
Senza perderci in troppi dettagli, così come io ho aperto i miei orizzonti iniziando a scrivere e cantare sulla dancehall, lo stesso ha fatto Ganji, ma lui è andato oltre: canta sulla drum’n’bass.
Ci sono due cose che devi sapere sulla d’n’b: la prima è che è il genere che mi diverte di più al mondo ballare e che mi fa sfogare come nient’altro, la seconda è che quando la ascolto per la prima volta non capisco un cazzo di quello che le mie orecchie stanno sentendo. È rumore bianco. Non scherzo. Ci vogliono diverse somministrazioni uditive prima di iniziare a vedere il codice.

'Session in studio in cui sperimentavo tutto quello che mi veniva in mente.'
Quindi, dicevamo… scriviamo anche sulla drum’n’bass? Stesso concetto, gente che va alle serate per ballare, tu ti insinui con il tuo rap, ma senza interferire con la vibe generale, quindi devi essere scaltro e saper leggere un sacco di cose, la musica, la serata, le persone. Tutta gavetta.
Arrivo ad un punto di non ritorno.
Se è andata bene la dancehall e la drum’n’bass, perché non può andar bene la grime, per esempio? Scriviamo anche su quella! E questa povera dubstep appena arrivata dall’Inghilterra che t’ha fatto? Non ci vuoi scrive’? E scriviamo anche su questa! E guarda che bella sta tekno? Ma vai anche con lei! Qualsiasi cosa è buona per sperimentare.
Ma proprio quando tutto sembra scorrere leggero come l’aria, torna a farmi visita il mio vecchio schema mentale.
‘Sai che c’è? Io mollo.’
E così smetto. Lo faccio per noia? Perché non mi diverto più? Non so dirlo, ma non mi va più di farlo, quindi perché continuare?
Mi allontano dalla scrittura, ma non dalla musica.
A forza di cantare in situazioni dove c’è sempre gente che balla e qualcuno che mette musica, penso che quel qualcuno che mette musica potrei essere io. Così inizio una nuova sfavillante gavetta in quella direzione. Parto mettendo dischi del mio grande amore, la drum’n’bass, ma presto mi sposto verso nuovi lidi, generi a cassa dritta che attirano la mia attenzione.
'Serata drum'n'bass accompagnato al microfono da Ganji-Killah.'
Questa fase di astinenza dalla scrittura dura parecchio, ben più del mio solito anno. Il pensiero di ricominciare non mi sfiora mai, e quando qualche mio amico mi butta lì la prospettiva di poter tornare a scrivere qualcosa la mia risposta è sempre un semplice ‘Non mi va.’
Finché un giorno qualcosa fa click nella mia testa, la sensazione che potrei ancora fare bene, che potrei ancora divertirmi parecchio e che quello che ho lasciato indietro merita e ha ancora tanto da darmi, così prendo la mia fidata pena (non è vero, non scrivo più a penna da anni) e ricomincio. Per l’ennesima volta.
Non so cosa sia successo nel frattempo, ma sembra come se i generi musicali si siano decuplicati, e altrettanto le persone appassionate di musica.
Mi ritrovo in breve tempo in mezzo a tutta una serie di realtà diverse, di nuove serate, in città in cui non sono mai stato, a parlare con gente il cui dialetto e accento non ho mai sentito prima. È galvanizzante.
Giro come una trottola: vai alla serata di quello, scrivi questo, prendi sto treno, registra quello, conosci questo. In tutto il marasma inizio anche a girare i miei primi video. Un’esperienza che definirei drenante. Ma estremamente soddisfacente.
Quindi giro il secondo.
Poi il terzo.
E così via.
Mi piace farlo e non è che mi serva altro.

'Backstage dei video Balb & Tando (prima foto) e Doppio senso (seconda foto).'
Poi, un giorno come tanti, sono su Facebook a cazzeggiare e vedo un post che attira la mia attenzione: un mio amico produttore che fa i complimenti a qualcuno dicendo che lo rende orgoglioso. C’è poi il link alla pagina SoundCloud di questo presunto inorgoglitore, che risponde allo pseudonimo di The Clerk. Incuriosito vado ad ascoltare le produzioni di questo qualcuno e ne rimango a dir poco estasiato, così prendo una decisione.
Ricordi quella Supercalifrigida di cui ti avevo parlato? Ormai sono passati quasi 10 anni e in tutto questo tempo non l’ho mai davvero registrata su una base originale, ma mi sono sempre limitato a cantarla su strumentali di altre canzoni, perché ho sempre pensato di non conoscere nessuno abbastanza bravo da saper fare una base che le renda giustizia. Presuntuoso? Po’ esse. Ma così è. Fino a questo momento.
Prendo la a cappella di Supercalifrigida, un bel po’ di coraggio e scrivo a questa persona chiedendole se abbia voglia di realizzare una strumentale per quella mia canzone. Accetta di buon grado.
Tempo 24 ore mi torna indietro la versione definitiva di Supercalifrigida.
Dopo poche settimane la invio a tutti i siti di cui, nelle insonni notti precedenti, ho raccattato gli indirizzi mail.
Ancora qualche giorno e il portale di musica elettronica più grande al mondo decide di pubblicare la canzone (per inciso, di tutte le altre centinaia di mail che ho inviato, non mi ha cagato nessuno).
Di lì ad un paio di settimane un mio amico mi telefona mentre sono a lavoro per dirmi che stanno suonano la mia canzone su Radio Deejay.
'Resto incredulo vedendo questo video per la prima volta.'
Questo è il momento in cui tutto il tira e molla fatto negli anni, mollando e riprendendo la musica, viene spazzato via in un colpo e al suo posto prende spazio la consapevolezza che non è più il 2000, che con la musica rap in Italia ci puoi anche campare, ergo puoi dedicare a una tua passione la massima attenzione senza preoccuparti di crepare di fame o quasi. Ma soprattutto che forse non sono poi così male a fare rap e magari in questa cosa della musica posso crederci un po’ più forte di quanto non abbia fatto fino a quel momento.
Inizia un periodo di doppio lavoro. Quello da meccanico, che avevo fatto per gli ultimo 8 anni, e quella nella musica. La mattina faccio uno e il pomeriggio l’altro. Poi nei weekend vado a fare i miei primi concerti. Dico primi poiché prima di adesso ho sempre cantato in serate in cui la gente veniva per la serata in se ed io ci infilavo dentro qualche mio pezzo e freestyle, ma queste invece sono le prime volte che chiedo implicitamente a qualcuno di uscire di casa e farsi il viaggio in macchina per venire a sentire appositamente me.
Comunque reggo 2 anni a questi ritmi e poi prendo una decisione. Non la solita.
'Foto a cui sono affezionato e che tiro fuori ogni volta che parlo del mio licenziamento.' Foto di Marco Biancucci'
Dal momento che riuscivo a dedicare solo la metà del tempo e delle energie alla musica, voglio andare all-in, licenziandomi e dedicandole tutto quello che ho a disposizione.
Prendo quindi i miei migliori pezzi scritti fino a quel momento, ne scrivo anche di nuovi per l’occasione, e creo il mio primo album: Michel. Giro altri video e le cose vanno bene, per quanto mi riguarda. Ma stanno per andare meglio. O almeno credo.
Non so come, non so perché, ma Michel (e con esso io) viene intercettato da una major e in un batti-balocchio mi ritrovo con un contratto firmato che, per uno cresciuto col mito del rapper americano che esce dal ghetto, firma un contratto e si fa colare vivo nell’oro, è come approdare alla Terra Promessa.
Vorrei dire diversamente, ma le cose vanno male sin dal primo giorno. Letteralmente dal primo. E a cascata continuano ad andare così. Io non capisco cosa loro vogliano. Loro non capiscono cosa io voglia. Io non capisco cosa io voglia. Una merda. E i mesi passano. Qualche concerto lo faccio. Qualche video lo pubblico. Musica nuova non ne scrivo perché ho ancora l’album che in teoria dovrei promuovere. Sì… ma quindi… che si fa?
‘Vuoi andare a Sanremo?’
'Michel'
Non so che effetto faccia sentirla raccontata così, ma è proprio così che è va. Non è che ci sia dietro chissà quale pianificazione, non ne abbiamo mai discusso prima, nemmeno un accenno alla questione, anche perché per me non è mai stata nemmeno una questione la possibilità di andarci, venendo io da tutt’altro tipo di musica e ambienti. Ma un bel giorno qualcuno della major decidi di scagliarmi addosso questa domanda con la stessa leggerezza con cui si chiede ‘Vuoi un the?’.
E per quanto non frema dalla voglia di andare a Sanremo l’alternativa qual è? Rimanere nell’apatia in cui sto sprofondando? Quindi mi lascio convincere che se riesco a scrivere una canzone che mi piaccia davvero, alla fine le cose non dovrebbero andare poi così male. Sbagliato!
Ora, se devo soffermarmi solo sull’esperienza di Sanremo in se, non è stata affatto male. La ricorderò sempre con estremo piacere. Ma il dopo. IL DOPO.
Vado in pezzi. Forse, per colpa di niente e nessuno in particolare, ma di tutto in generale. Inizio a sentire un forte scollamento tra dove sono e dove dovrei essere, tra cosa sto facendo e cosa vorrei fare. Così torno al mio vecchio pattern. Il mio caro e fidatissimo pattern. Mi fermo.
Riesco a chiamarmi fuori dal mio contratto con la major. Mollo tutto quello che posso mollare. Mi chiudo a guscio.
'Il mio primo (e unico) Sanremo.'
Questo periodo è abbastanza offuscato. Cerco di capirci qualcosa, ma ne esco solo con più dubbi. Capisco poi che a volte le risposte ha senso cercarle, altre devi aspettare che arrivino.
Ed è proprio mentre sono buttato sul divano, con incollato alle mani il controller della PlayStation e con le mosche che mi vorticano attorno da settimane che dico a me stesso ‘Ma fammi provare una cosa…’.
Mi metto al microfono, intono una melodia, poi una batteria, una linea di basso, usando solo la mia voce. Registro tutto e lo incollo insieme fino ad ottenere una base. Poi lo rifaccio. E lo rifaccio ancora. Mi ritrovo a passare dalla PlayStation al microfono senza soluzione di continuità, per dar sfogo a quello che mi viene da cantare, anzi da suonare con la voce, senza starci a pensare troppo su. E man a mano che produco, scrivo. Ed escono fuori canzoni, canzoni vere (non sgorbi come credevo, visto il periodo), tutte fatte a voce.
Questa cosa di utilizzare la voce mi permette di restare totalmente fedele alla mia idea, perché non si scontra con la mia capacità di saper, in realtà di non saper produrre o suonare uno strumento, e questo mi fa tornare a sentire in linea con me stesso e con quello che sento.
‘Ma sai cosa? Mi sa che voglio scrivere un album. Lo chiamerò Miguel.’
'Miguel'
Quindi preparo tutto ciò che va preparato e appena sono sul trampolino di lancio per pubblicare il disco… arriva la pandemia.
L’album esce tra un lockdown e l’altro. Non se lo fila quasi nessuno. Ma io sono tornato a fare, e sono tornato a fare quello che voglio esattamente come voglio. Questo basta.
Si mette in moto qualcosa, qualcosa di piccolo, ma che inesorabilmente continua a montare dentro di me. Piano piano torno a rimettermi sui social, a parlare con chi apprezza la mia musica e quello che faccio. Inizio a fare live streaming perché mi va di condividere, perché sento che ho qualcosa da dire oltre che da cantare. Torno presto a fare concerti. Le cose stanno girando nel verso giusto. Non posso negarlo. E sento di volerle far girare ancora di più.
'Il dolce ritorno alla musica live.'
Mi rimetto all’opera dopo relativamente poco. Riprendo a scrivere altra musica. Una canzone, poi un’altra. Inizio a pubblicarne una al mese (circa). Nel mentre ho acquisito nuove competenze, studiato un po’, sono uscito dalla mia comfort zone e sento che tutto sta dando i suoi frutti, così non mi fermo. I concerti arrivano, le persone apprezzano, la creatività fluisce. Va tutto bene e stavolta non ci sono brutte sorprese o interruzioni improvvise o ripensamenti.
Lavoro come un pazzo, sacrifico più di quanto dovrei, ma sono abbastanza soddisfatto (dico ‘abbastanza’ ma tu leggi pure ‘enormemente’ perché per i miei standard il concetto di sentirsi soddisfatti non è neanche contemplato). E poi, quando capisco di volermi fermare, non per frustrazione ma per bisogno, lo faccio; così come si sente di volersi riposare dopo una lunga camminata in montagna.
'Così comunico alle persone sui social il mio stop.'
Da qui la mia vita si divide in due.
Da un lato cerco di fare il meno possibile, e ci riesco con ottimi risultati. Sperimento la cara vecchia noia fino in fondo, passo le giornate nel nulla e nell'inutile, nel superfluo. Lo faccio più che altro per vedere cosa succede, perché penso che a riempirsi la vita di cose da fare siamo bravi tutti, ma il rumore toglie spazio al silenzio necessario per pensare, ed io ora questo voglio fare. Così trascorrono giorni, settimane, mesi.
Dall'altro lato invece, scrivo un libro. Paradossale, no?
È assurdo perché mi sembra di avergli dedicato una quantità di tempo immane eppure di non averci mai lavorato troppo. Non so cosa sia davvero successo. O forse lo so ma non voglio dirlo. Comunque volevo fare questa cosa e l'ho fatta.
'Mikkel'
Ora, non che ci voglia un investigatore privato per accorgersene, ma all'interno del FINE che avevo postato era già contenuta la copertina del libro che avrei scritto. Solo che quando l'ho postata pensavo che quella fosse solo la copertina dell'album in digitale. Non del libro, tantomeno del vinile. Ma le cose cambiano, e a me piace sorprendermi.
Così mi prendo questa distorsione spazio-temporale di quasi un anno per radunare diversi anni di un percorso fatto di sfumature e racchiuderlo nella storia di questo progetto dal nome Mikkel.
Nel frattempo mi metto anche a scrivere, ma non canzoni. Pensieri, per il puro gusto di farlo e gli do il nome (per l'appunto) di Mi andava di scrivere.
Di certo la nullafacenza mi ha insegnato che non sono obbligato a fare nulla e perciò, potenzialmente, posso anche fare tutto. Anche scrivere qualcosa che non siano canzoni, anche scrivere un libro o stampare con le mie sole forze e quei quattro spicci che mi restano un vinile. Se mi va di farlo lo faccio, e come andrà non è mai realmente in mio controllo, quindi perché preoccuparsene?
'Il solo guardare questa foto mi fa fremere per tornare sul palco.'
Con questo spirito mi preparo per tornare sul palco, a fare concerti. Ma mi preparo anche per fare altro. Concerti in una nuova forma. Anche questo è qualcosa che covo da anni ormai, ma per mancanza di risolutezza o eccesso di perfezionismo, non l'ho ancora concretizzato. Ho la sensazione però che questo sia l'anno buono e che quando tornerò ad aggiornare questa bio, partirò proprio da lì.